Può sembrare un paradosso associare alle mura, monumenti di consistente mole ed estensione, l’idea di invisibilità. Eppure, invisibili le mura possono esserlo, e lo sono, per molte ragioni e in molti sensi. Banalmente, perché non ci sono più, distrutte nel corso o in conseguenza di guerre, demolite perché ormai inutili, sepolte dal tempo e dagli eventi naturali, alluvioni o terremoti, assieme alle città che difendevano. Oppure perché effimere per loro stessa natura, difese provvisorie allestite nel corso di una guerra, di un assedio. O ancora, invisibili perché mai costruite, progetti rimasti sulla carta.

Ma invisibili anche quando ancora esistono, le possiamo vedere ma non le percepiamo, non le riconosciamo, perché vediamo solo vecchi muri malandati, coperti di edera e parietaria. O perché, infine, non ci interessa vederle, non le vogliamo vedere, perché sono un fastidio, un ingombro, un problema. Ed è la forma di invisibilità peggiore, quella che impedisce non solo di riconoscerle come patrimonio da salvaguardare, ma come risorsa, possibile cardine di un processo di rigenerazione urbana, come è il caso della cinta rinascimentale di Padova.

Proprio per ridare visibilità a quelle mura è nato il Comitato Mura, che fra il 2026 e il 2027 celebra i suoi due cinquantenari, come comitato informale e poi come associazione. E dieci anni più tardi, con la mostra Le mura ritrovate, l’associazione puntava i riflettori su mura ancora più invisibili, quelle medievali.

Riprendere il ciclo Urbs Ipsa Moenia, interrotto dalla pandemia, con una riflessione sull’invisibilità delle mura, nelle sue diverse declinazioni, è dunque sembrato il modo più appropriato per celebrare, senza enfasi, una ricorrenza che, se non segna la felice conclusione di un percorso, come i fondatori avrebbero sperato, se non è che una tappa di un cammino ancora lungo, vede pur sempre un sensibile progresso rispetto a mezzo secolo fa.

Le mura di Padova una qualche visibilità l’hanno ritrovata, il loro status di monumento storico non è più in discussione, anche se perdura l’incertezza su come reinserirle nella vita della città. Ogni giorno scavi e ricerche d’archivio rendono un po’ più “visibili” anche le altre, quelle medievali, comunali e carraresi, e quelle romane, della cui stessa esistenza si è a lungo dubitato (e, per la verità, qualcuno ancora dubita…). Molto tuttavia rimane ancora da rendere visibile, dal vivo o anche con l’aiuto della tecnologia. Su questi temi si ragionerà, allargando lo sguardo oltre i confini di Padova, per conoscere e capire ragioni e dinamiche dell’invisibilità.

Lo si farà in un luogo, il Museo Eremitani, che delle mura custodisce memorie e frammenti materiali, strumenti importanti di una nuova, invocata visibilità. Suggellando così una collaborazione che da sempre lega l’istituzione e l’associazione.

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