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Quasi duemila persone visitano la reggia carrarese Stampa E-mail

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30 marzo 2010 - Che quasi duemila persone abbiano fatto la fila (anche per un'ora) e abbiano poi pazientemente seguito un percorso di un'ora e mezza alla scoperta di qualcosa che di fatto non esiste più ha quasi dell'incredibile. Eppure è quello che è successo sabato 27 e domenica 28 per le Giornate del FAI dedicate alle "Memorie della Reggia carrarese".

La reggia, considerata all'epoca fra le più splendide e ricche di opere d'arte, fu cancellata prima dai veneziani, che intervennero sugli edifici modificandoli sia all'esterno che all'interno, poi in buona parte demolita nell'Ottocento; ma ne rimangono tracce e brani anche importanti qua e là, nella vasta area fra piazza Capitaniato e piazza Duomo, e il compito delle guide (fra le quali molte messe a disposizione dal Comitato Mura) era quello di aiutare i visitatori a mettere insieme i pezzi e ricostruire con l'immaginazione quanto non è più visibile nella realtà.

Uno di questi brani, conservato fino ad oggi, ma fino ad oggi nascosto da successive costruzioni che lo avevano inglobato, era visibile al pubblico per la prima volta in assoluto, ed era il motivo principale di interesse della visita: all'interno di Palazzo Anselmi, durante i restauri si sono infatti scoperte e riportate alla luce le tracce evidenti della rampa di accesso al famoso traghetto, il viadotto che attraversava la città collegando la reggia alle mura comunali e per mezzo di queste al castello, offrendo una via di fuga sicura in caso di pericolo.

Già note le altre tappe del percorso di visita, che iniziava in Piazza Capitaniato, punto nodale, attorno al quale si affollano molte delle tracce quasi invisibili della reggia: la torre dell'orologio, trasformazione cinquecentesca di quella che un tempo proteggeva la porta di ingresso principale alla reggia, un'altra torre i cui resti sono inglobati nell'edificio universitario che ospitava la facoltà di magistero, la Sala de Giganti, antica sala degli Uomini Illustri, poi riaffrescata sempre nel Cinquecento, e altro ancora.

Il percorso proseguiva in via Accademia, da cui si possono vedere, dietro al Liviano, il lato esterno ovest della sala dei Giganti e il portico ricostruito dal Boito in luogo di due lati dell'originario loggiato della corte quadrangolare del palazzo di levante della reggia, demolita per creare spazio per la costruzione delle scuole; più avanti i resti del traghetto e infine la loggia dell'Accademia Galileiana, avanzo cospicuo del palazzo di Ponente di Ubertino da Carrara, con i resti della cappella di palazzo con gli affreschi di Guariento.

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Dalla corte, in cui sono visibili anche i resti dell'accesso al traghetto dal piano nobile, si accedeva direttamente all'interno dell'area di palazzo Anselmi, con i resti dell'altro accesso al traghetto, quello da terra, costituito da una lunga rampa, ritrovata nel corso dei recenti restauri. Alcuni pannelli con foto e ricostruzioni al computer e il nostro plastico delle fortificazioni carraresi permettevano di comprendere agevolmente quale dovesse essere l'aspetto originario dell'area nel Trecento e la posizione di reggia e traghetto rispetto alle mura e al castello.

Usciti su via Arco Valaresso i visitatori entravano poi al Battistero del Duomo dal retro, che era però probabilmente l'ingresso in uso all'epoca in cui esso fu trasformato per volere di Francesco il Vecchio e di Fina Buzzaccarini sua moglie in mausoleo per sè e, nelle intenzioni, dei loro discendenti. Qui, come nel caso degli affreschi di Guariento alla reggia, le guide lasciavano la parola ai "giovani ciceroni" dei Licei Rogazionisti e Tito Livio che illustravano gli affreschi di Giusto de' Menabuoi.

Chiudeva il giro un'ultima breve tappa in corte Arco Valaresso, sulla quale affacciano altri resti importanti e sconosciuti della reggia, sebbene siano sotto gli occhi di tutti: si tratta di quegli archi, in fondo alla corte, sotto uno dei quali si apre la galleria che porta in piazza Capitaniato.

Visitatori stanchi, ma consapevoli di aver fatto un viaggio inatteso e sorprendente nel passato di Padova.

 

 

 
 
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